Torna a Eventi FPA

News

Photo by Ellyot on Unsplash

Smart workers in smart cities

di Paola Musollino.

Se una smart city è “una città responsabile e rispondente, che in ottica di sostenibilità (ambientale, funzionale, economica, sociale e civile) utilizza nel proprio governo gli strumenti della smartness in modo aperto attraverso il coinvolgimento e la partecipazione) e non chiuso (attraverso la centralizzazione decisionale)” [1] questo vuol dire poterla ripensare in termini di flussi che l’attraversano, di tecnologie che la sostengono, di organizzazione territoriale che la definisce e soprattutto di modelli organizzativi che ridefiniscano obiettivi e comportamenti coerenti con una nuova visione “intelligente” del lavoro.

I benefici che un modello “intelligente” di lavoro introduce sono numerosi:

  • ridurre la congestione, i consumi, l’impatto ambientale;
  • aiutare il riequilibrio della distribuzione dei servizi e delle infrastrutture tra centro e periferia;
  • aumentare il benessere lavorativo, familiare e sociale, aiutare un’autentica parità di genere sul lavoro, ampliare l’accesso al lavoro di persone con invalidità temporanea o permanente e restituire valore alla risorsa tempo.

Come lo smart working può abilitare i processi di sviluppo intelligente di una città? Ne abbiamo discusso lo scorso 18 ottobre ad ICity Lab, al convegno Smart working per la smart sustainable city, insieme ad alcune amministrazioni pubbliche centrali e locali, che hanno messo in atto progetti pilota per la sperimentazione di percorsi di smart working, mostrandoci come questa nuova modalità di lavoro possa abilitare processi di sviluppo intelligente delle città e orientarne le politiche.

L’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea), la cui materia di ricerca riguarda soprattutto l’evoluzione del sistema energetico nazionale e le tecnologie ad esso correlate, ha allargato la sua indagine usuale allo studio degli stili di vita e alla definizione di un nuovo modello di lavoro da proporre al Comune di Roma. Pensiamo, ad esempio, che nel Lazio operano oltre 406.000 dipendenti pubblici (Conto Annuale MEF 2018) e, nel Comune di Roma, la presenza di molte sedi istituzionali, determina un elevato valore del rapporto tra i dipendenti pubblici e il numero degli abitanti e un assetto logistico favorevole a condivisione e delocalizzazione. La soluzione ideata dall’Agenzia prevede la creazione di una rete di co-working tra pubbliche amministrazioni. Il progetto, in fase di sviluppo, è pensato per il Comune di Roma, ma esportabile in ottica di riuso anche in altre realtà, attraverso un protocollo di collaborazione tra pubbliche amministrazioni presenti in uno stesso territorio, che destinino al proprio interno delle postazioni rispondenti a precisi standard e rese disponibili ad una sorta di coworking, con tutte le altre amministrazioni che ne fanno parte. Un nuovo modello, dunque, che operi come strumento di sostenibilità urbana e come modello di welfare. Qui un articolo sul progetto.

Smart working e coworking sono due grandissimi strumenti di resilienza urbana, possedendo la capacità di reagire positivamente ad eventi calamitosi o catastrofali. Un approccio che va in questa direzione è la creazione di un network tra enti pubblici e privati messa in atto dal Comune di Genova , che a partire dal 2017, ha realizzato una rete che coinvolge soggetti pubblici e privati, tra i quali Camera di Commercio, Asl 3 genovese, Città Metropolitana, Unige, A.LI.SA, Regione Liguria, IIT, ABB, Esaote, Istituto italiano di tecnologia (cui si sono aggiunti in seguito altri soggetti come Rina, Costa Crociere, Telecom, Siemens). La rete cittadina promossa dal Comune di Genova per lo smart working, nasce dalla decisione di alleggerire la mobilità in città, soprattutto ora, a seguito del crollo del Ponte Morandi, dove la veloce attivazione dello smart working in più realtà possibili ha messo in luce quanto esso possa essere un fattore abilitante della Smart City: “Al Comune di Genova lavorano 5.000 dipendenti, nelle partecipate 10.000. Quante più realtà aderiscono tanto più si ha un effetto positivo sulla città” ha sottolineato l’Assessore al Personale, Pari Opportunità e Diritti, Arianna Viscogliosi.

I comuni più grandi o le città metropolitane fungono spesso da catalizzatore cui si aggregano le altre realtà piccole. Pensiamo ad esempio alla Regione Piemonte, in cui sono presenti 1197 comuni dagli 882.000 di Torino ai 29 abitanti Moncenisio. Come sottolineato dal vicepresidente all’Innovazione di Anci Piemonte, Michele Pianetta, questo “crea un conflitto tra centro e periferia”. Lo smart working può ridurre notevolmente il gap tra aree interne, allargando il nodo di interesse anche alle realtà più piccole. Rete di ANCI Piemonte partecipa al progetto finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri Lavoro Agile per il futuro della PA e che la vede insieme al Comune di Torino e alla città metropolitana di Torino in un progetto di co-working finalizzato alla promozione del lavoro a distanza utilizzando le sedi dei Comuni del territorio come distaccamenti del Comune capofila per far sì che il cittadino continui a vivere nel posto di origine, nell’area urbana rurale. Il comune di Torino lavora da anni sul tema del lavoro agile nelle sue diverse forme – Edilizia Agile , 6 SMART e Smartcare – con l’obiettivo di restituire valore alla risorsa tempo per i propri lavoratori. In particolare, con l’Edilizia Agile il comune ha reso intelligenti la finalizzazione di alcune pratiche inerenti l’edilizia privata, potendo essere effettuate dai cittadini tramite collegamento in diretta Skype con un esperto della città. Ad oggi il comune [2] è impegnato in un percorso formativo/informativo di accompagnamento del cambiamento organizzativo e manageriale, che prevede una serie di interventi volti a costruire un modello utilizzabile in tutti gli ambiti definiti d’intervento al fine di potenziare le competenze dei dipendenti coinvolti nel progetto, avviare processi di cambiamento organizzativo, comunicare e promuovere l’innovazione organizzativa come leva motivazionale.

Tra i recenti progetti di smart working attuati dalle amministrazioni italiane, è da segnalare il progetto VeLA (Veloce, Leggero, Agile) di cui Regione Emilia Romagna è capofila [3] . Il progetto, che prevede la costruzione di kit in riuso a tutte le amministrazioni che vogliano fare sperimentazione di Smart working composto di strumenti e metodologie semplici ed efficaci, ha preso avvio nel mese di giugno 2018 per i dipendenti della Regione Emilia Romagna. Tra le amministrazioni partner del progetto VeLA, inoltre, un’interessante iniziativa è stata messa in atto da Regione Veneto, che con una delibera alla fine del 2015 (D.G.R. 2114 DEL 30-12-2015) ha stanziato dei fondi per le famiglie [4] con l’obiettivo di creare una rete locale nei territori, dei tavoli a tema, coinvolgendo tutti i portatori di interesse, per ricordarci che i grandi processi di innovazione non si sviluppano solo sul piano della tecnologia ma coinvolgono innanzitutto i cittadini, gli smart citizens.

Al di là dei benefici e dei vantaggi emersi dalle diverse esperienze, l’interdipendenza tra smart working e smart city risulta centrale: le reti infrastrutturali e le piattaforme di servizi rendono smart una città (come ad esempio la banda ultralarga), che a sua volta rende abilitante lo smart working, che a sua volta rende possibile la condivisione degli spazi di lavoro in modo smart (attraverso il coworking) e, dunque, la diffusione di nuove modalità e modelli di lavoro intelligente.


[1] Definizione di Smart City tratta dal Rapporto ICity Rate 2018 presentato durante il convegno Città sostenibili e città dei dati: il nuovo paradigma della Smart City, nell’ambito della Manifestazione ICity Lab 2018, Firenze – Palazzo degli Affari

[2] Segnalato a FORUM PA 2018 tra i progetti che si sono aggiudicati il premio PA sostenibile

[3] Sono parte del progetto: Beneficiario/Ente capofila Regione Emilia-Romagna; Enti riusanti Città Metropolitana di Bologna, Comune di Bologna, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Regione Lazio, Regione Piemonte, Regione Veneto, UTI delle Valli e delle Dolomiti Friulane; Enti cedenti, Provincia autonoma di Trento.

[4] I comuni interessati: Padova e Piazzola sul Brenta (PD); Riviera del Brenta (Venezia) e Schio (Vicenza).

Photo by Ellyot on Unsplash