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Photo by David Marcu on Unsplash

Le città dei dati: approccio data driven e governance collaborativa

di Giovanna Stagno.

Il tema dei dati e delle informazioni che derivano dall’organizzazione di questi ci sta particolarmente a cuore. Così a cuore che abbiamo rivisto la definizione di Smart City in Smart Sustainable, Responsive City, la “città che fa ricorso alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione per produrre, elaborare e condividere informazioni così da prendere prontamente le migliori decisioni per portare avanti processi di innovazione istituzionale, culturale ed organizzativa per migliorare la qualità della vita, i livelli di occupazione, la competitività delle generazioni attuali e future e garantendone la sostenibilità economica, sociale e ambientale”.

Produrre, elaborare e condividere informazioni così da prendere prontamente le migliori decisioni, appunto. Abbiamo più volte evidenziato come governare una città voglia dire saper utilizzare i dati per produrre e gestire informazioni , in modo da generare conoscenza utile e adeguata a prendere decisioni. Facendolo in maniera tempestiva e considerando la molteplicità di fonti da cui dati e informazioni oggi provengono.

Le città sono di fatto i luoghi in cui sempre più rapidamente si producono, aggiornano e consumano dati di diverso tipo e provenienti da diverse fonti: dal crowdsensing al crowdsourcing, dai call center al nostro agire quotidiano di cittadini produttori e possessori di dati.

La disponibilità di una enorme quantità dati cambia sia la produzione di beni e servizi sia il modo di amministrare e governare i sistemi urbani. Dove si sposta il focus allora? Se i dati diventano sempre più importanti nel governo delle città, il dibattito si sposta su come questi dati devono essere raccolti e gestiti.

Ne abbiamo parlato ad ICity Lab 2018 all’interno del convegno “ Orientare le scelte nelle città dei dati: una governance condivisa ” occasione per ragionare, partendo dall’esperienza concreta di Firenze e di Milano, sugli approcci all’utilizzo e alla gestione dei dati che garantiscano sempre più efficienza, eticità e responsabilità.

Proviamo a fare sintesi delle principali considerazioni emerse:

  • i governi locali giocano un ruolo attivo nello sviluppo e nel sostegno all’innovazione data driven a livello locale. Se l’innovazione si apre alla partecipazione e alla produzione da parte di più soggetti (non solo la PA, ma anche imprese, associazioni, ecc…), il compito di gestirla in maniera strategica, armonica e coordinata resta nella PA. Solo così l’innovazione non viene subita e la città non rischia di diventare un “terreno di conquista”, ma una vera e propria “ piattaforma abilitante  [1].
  • Affinché ciò sia fattibile è necessario definire nuovi modi e nuove forme di gestione del rapporto tra PA e operatori privati che hanno in carico servizi pubblici. Si registra su questo una certa difficoltà spesso dovuta a due fattori: la rigidità di alcuni strumenti giuridici e contrattualistici attualmente a disposizione delle amministrazioni e talvolta il limitato ricorso a soluzioni che consentono una certa flessibilità, ma richiedono un certo investimento in fase di pre-gara.
  • Lavorare sugli aspetti contrattualistici non basta. È importante adottare l’ approccio della governance collaborativa e condivisa. Questo vuol dire, lo abbiamo sentito nelle parole di Goldsmith a maggio in occasione di FORUM PA 2018, “ abbandonare la logica verticale a favore di una orizzontale, in grado di coinvolgere i diversi attori pubblici, privati e del non profit, nella progettazione e gestione dei servizi avanzati, attraverso riconoscimento e promozione delle reti e delle connessioni sociali, il governo di processi decisionali inclusivi e di progettazione partecipata ”. È chiaro che gli aspetti contrattualistici sono fondamentali per mettere in pratica questo principio. Significa lavorare su sistemi e meccanismi di partnership chiari, che creino consenso da parte degli stakholder in gioco verso l’intero processo di produzione, raccolta e utilizzo dei dati, ma che consentano anche di confrontare modelli e pratiche (in un’ottica di arricchimento reciproco). Sembrerebbe una contraddizione ma non lo è: se da un lato la leadership della Municipalità è importante (in un quadro coordinato a livello nazionale), la partnership allargata è strategica ( si veda lo slogan 4P: Public-Private-People Partnership per lo sviluppo di Amsterdam Smart City [2] ).
  • Non c’è approccio data driven efficace nei processi decisionali senza approccio al dato come bene comune, per dirla ispirandosi all’esperienza della Città di Barcellona. I dati sono dei e per i cittadini e i cittadini mettono a disposizione dati che servono per sviluppare nuovi servizi pubblici. Da qui quindi la necessità di progettare i servizi con i cittadini e gli attori del territorio, perché non siano servizi imposti, realizzati a partire da utilizzo di dati che i cittadini mettono a disposizione. Significa riequilibrare i meccanismi di forza e potere che si generano attorno ai dati. Significa riportare al centro delle città smart, responsive e sostenibili la co-progettazione, l’approccio citizen oriented e la partecipazione civica.
  • In ultimo, non c’è smart city data drive senza potenziamento delle competenze digitali, legate alla capacità di produrre, elaborare, gestire, leggere e interpretare i dati (la data literacy) per creare effettivamente le condizioni affinché i cittadini sappiano adottare le soluzioni che la smart city mette a disposizione e sappiano partecipare consapevolmente all’approccio della governance collaborativa.

[1] http://www.forumpa.it/citta-e-territorio/tecnologia-e-governance-per-la-citta-sostenibile-comincia-il-percorso-verso-icity-lab-2018

[2] http://www.assolombarda.it/centro-studi/smart-cities-casi-studio-1

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