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Smart working come leva di sviluppo urbano: il progetto pilota di Enea

di Patrizia Fortunato.

Adottare un approccio basato sulla sfera valoriale prima che su quella cognitiva per poi definire i processi che in qualche modo possono influenzare i comportamenti e gli stili di vita in un’ottica di sostenibilità: è questa la premessa dalla quale prende le mosse il progetto “Smart Working X Smart Cities” avviato della Direzione dell’Unità Studi, Analisi e Valutazioni dell’Enea. L’Agenzia ha così esteso il proprio ambito di indagine in materia di studio dell’evoluzione del sistema energetico nazionale e delle tecnologie che ne sono correlate allo studio degli effetti di comportamenti e stili di vita, per sviluppare nuovi strumenti per attuare policy urbane integrate. A sostenerlo Marina Penna dell’Ufficio Studi Enea.

Gli stili di vita possono muovere lungo direzioni opposte rispetto alla sempre maggiore sostenibilità perseguita con lo sviluppo delle tecnologie, inficiandone i benefici. “Potremmo girare tutti quanti con auto ibride o alimentate a metano, ma se il numero delle auto cresce a dismisura, l’inquinamento e la congestione non si riducono. Ci siamo accorti – afferma Penna – che se si riescono a modificare gli stili di vita si ottengono, a costi molto contenuti, benefici maggiori di quelli che si otterrebbero spingendo le tecnologie al limite”.

Nelle tecnologie dunque ci sono dei limiti intrinseci, è necessario un cambio di prospettiva culturale. Per consolidare questo approccio, l’osservazione di Enea si è rivolta a quei nodi di attività che connettono più settori, che sono anche i cardini su cui si costruiscono le abitudini quotidiane di grandi masse di persone.

“Il lavoro, tra le varie ipotesi che abbiamo percorso, si è rivelato l’ambito di studio più promettente perché ad esso sono riconducibili molteplici aspetti rilevanti della nostra vita quotidiana che giocano un ruolo importante nella domanda e nelle abitudini collettive di mobilità, ma non solo”. Oltre ai profili energetici e ambientali, agendo sulle modalità organizzative del lavoro, si può affrontare in modo integrato un’ampia gamma della complessa serie di elementi che concorrono alla sostenibilità urbana.

In primis per lo sviluppo territoriale e sociale. “Assistiamo tutti i giorni – precisa Penna – a una massa di pendolari che si sposta dalla periferia verso il centro e spostandosi fisicamente sposta anche la domanda di beni e servizi, rendendone la distribuzione non omogenea sul territorio, con l’effetto di congestionare l’offerta su alcune aree della città rispetto ad altre che invece si impoveriscono, rimangono non presidiate e con problemi evidenti di sicurezza, di solitudine e di emarginazione sociale”.

Altri elementi connessi sono quelli della conciliazione e dell’identità di genere. Le donne spesso, per ragioni familiari, non sono presenti sul luogo di lavoro quanto l’uomo e sono per questo penalizzate nella carriera e nella professione. “Disaccoppiando il valore della produzione dal luogo dove si svolge l’attività lavorativa – continua Penna – la valutazione si sposta dalla continuità di presenza in un luogo prestabilito alla qualità della prestazione, depotenziando gli atteggiamenti discriminatori, stimolando la produttività e lasciando più spazio e risorse alla vita personale e familiare. Abbiamo quindi iniziato a valutare le potenzialità connesse con l’adozione di assetti organizzativi flessibili del lavoro per ridurre il numero e la lunghezza degli spostamenti casa-lavoro e per generare una serie di altre ricadute positive. Cultura e capacità manageriali hanno un ruolo determinante nell’effettiva possibilità di penetrazione di modelli organizzativi flessibili del lavoro intesi sia come telelavoro che come smart working. Come hanno dimostrato le giornate di lavoro agile lanciate da Milano, i comui

possono avere un ruolo trainante”.

Da qui l’interesse di studiare e sperimentare degli strumenti che siano di supporto alle policy urbane integrate.

Come il telelavoro è entrato nel pubblico e nel privato? Qual è la risposta del pubblico e del privato all’offerta di lavoro a distanza?

“Abbiamo visto – continua Penna – che il settore pubblico incontra maggiori difficoltà e che ciascun territorio ha bisogno di strumenti di policy appropriati alla propria conformazione per stimolare l’adozione di modelli agili di lavoro. Per esempio Milano è una città dove ha funzionato benissimo la giornata di lavoro agile, l’adesione delle imprese è stata ampia, li ha aiutati a conoscere una realtà diversa, a sperimentarla e a metterla in pratica a prescindere dalla giornata di lancio; Roma è meno adatta a soluzioni in cui lo smart working sia svolto in sedi non predeterminate perché ha un sistema sociale e produttivo più imperniato sulla pubblica amministrazione e la pubblica amministrazione ha più vincoli e maggiori resistenze. Sarebbero funzionali altri tipi di soluzione, come un co-working fra pubbliche amministrazioni e questo è il progetto che Enea sta studiando per comuni come quello di Roma”.

Si tratta di progetto pilota, almeno per ora. Attraverso un protocollo di collaborazione, le pubbliche amministrazioni presenti su un territorio decidono di destinare al proprio interno un open space o alcune postazioni a spazi di co-working e di condividerli con tutte le altre amministrazioni che fanno parte del protocollo.

“Chiaramente – precisa Penna le postazioni devono rispondere a precisi standard. Le postazioni sono immaginate per essere condivise attraverso una piattaforma attraverso cui i dipendenti interessati dalla sperimentazione possono prenotare le postazioni in funzione della distanza dalla propria abitazione. Lo scopo è infatti quello di ridurre gli spostamenti con mezzo proprio e favorire quelli a piedi e in bicicletta. Questo assetto consentirebbe di monitorare l’orario di lavoro, garantire normali standard di sicurezza, oltre il risparmio di consumi e di emissioni”.

C’è anche un aspetto motivazionale, esperienziale che entra in gioco aggiungendo valore: la condivisione culturale con altre realtà.

Il modello di co-working se adottato a livello di governo delle città può contribuire a ridurre la domanda di mobilità sul proprio territorio; un’amministrazione comunale può utilizzarlo anche come alternativa alla chiusura al traffico per motivi di inquinamento atmosferico: aumentando il numero delle postazioni di coworking si riducono gli spostamenti casa-lavoro. Pensare una città smart vuol dire anche pensarla nei termini dei fluissi che l’attraversano e questo è stato anche il focus del convegno Smart working per la smart sustainable city, durante il quale è stato presentato il progetto Enea.

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