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Photo by Charlz Gutiérrez De Piñeres on Unsplash

Infrastrutture, piattaforme e servizi intelligenti per una città sempre più inclusiva

di Andrea Baldassarre.

Quando nel 2017 FPA scelse come tema guida del FORUM PA il ruolo che le amministrazioni pubbliche possono giocare nell’attuazione dell’Agenda 2030 dell’ONU, una delle nostre prime riflessioni riguardò il legame tra cambiamenti organizzativi e tecnologici in atto nella PA e obiettivi di sviluppo sostenibile. In quel caso, il punto di partenza fu rappresentato dall’analisi di Jeffrey Sachs, ospite internazionale dell’edizione 2017 della Manifestazione di maggio, che evidenziava come la tecnologia non costituisce mai di per sé una soluzione, ma deve sempre essere orientata a fini sociali e utilizzata per perseguire il bene comune.

Un concetto esplicitato nella nostra di definizione di smart sustainable responsive city, proposta dall’ICity Rate 2018, che chiama in causa la capacità delle amministrazioni di utilizzare sapientemente le nuove tecnologie per migliorare la qualità della vita, i livelli di occupazione e la competitività del tessuto economico di una città, garantendo la sostenibilità economica, sociale e ambientale delle comunità urbane.

Aspetti emersi con forza anche dal dibattito sviluppato nel corso degli appuntamenti di ICity Lab 2018 dedicati al filone tematico della trasformazione digitale, e in particolare all’impatto che le varie componenti del Piano triennale di AgID possono produrre sul contesto urbano, abilitando l’implementazione di tecnologie che hanno trovato proprio nelle città uno dei loro principali ambiti di elezione (es. IoT, big data, smart grid, ecc).

La smartness di una città è intrinsecamente legata alla capacità di raccogliere e gestire enormi quantità di dati di natura differente e provenienti dalle fonti più disparate, per poi tirarne fuori un valore in termini di policy making. Un passaggio che richiede non solo infrastrutture di reti solide, ma anche grandi capacità elaborative, che oggi soltanto il cloud può garantire. Allo stesso tempo, godere di infrastrutture di connettività affidabili rappresenta un prerequisito necessario a garantire il consolidamento del patrimonio informativo degli enti locali.

[Consulta gli atti del convegno Infrastrutture di rete e cloud come architrave dell’ecosistema digitale urbano]

Ma lo sviluppo di infrastrutture intelligenti rappresenta anche un fondamentale driver di inclusione sociale ed economica, nonché un mezzo di contrasto al divide geografico tra centro e periferia. Nell’era del digitale, la vitalità e l’attrattività delle città dipende infatti dalla disponibilità di spazi pubblici e luoghi di aggregazione sociale sempre più connessi, in grado di abilitare nuove forme di imprenditorialità e di organizzazione del lavoro (es. smart working), anche nelle zone periferiche. Ecco quindi che la possibilità di accedere ad internet tramite Wi–Fi gratuito e di usufruire di servizi intelligenti basati su cloud può consentire ai cittadini di sentirsi maggiormente coinvolti nel contesto economico, sociale e culturale della città, aumentando al tempo stesso la propria esperienza digitale.

[Consulta gli atti del convegno Piattaforme abilitanti, IoT e Data Analytics]

Anche un aspetto tradizionalmente considerato poco “attraente” come quello dell’interoperabilità può essere inquadrato in questo senso. Elemento ricorrente in tutti i convegni di ICityLab dedicati al digitale, l’adozione del nuovo modello di interoperabilità basato su API-REST è considerato non solo la chiave per garantire la corretta circolazione delle informazioni tra pubbliche amministrazioni e la piena attuazione del once only principle [1], ma anche lo strumento principale attraverso cui abilitare nuovi modelli di collaborazione pubblico-privato e ingaggiare soggetti, quali start up o singoli sviluppatori, nella creazione di una nuova generazione di servizi digitali, contribuendo in questo modo alla crescita di forme innovative di imprenditorialità.

Il tema dei servizi chiama inevitabilmente in causa il contesto descritto dall’edizione 2018 del DESI, secondo cui il nostro Paese continua a caratterizzarsi per il gap tra disponibilità di servizi online offerti dalla PA (in linea con la media UE) e loro effettivo utilizzo da parte di cittadini e imprese, voce rispetto al quale l’Italia si attesta all’ultimo posto della classifica europea. Risultati riconducibili principalmente alla scarsa qualità dei servizi online in termini di usabilità, tema su cui AgID e Team digitale hanno lavorato alacremente negli ultimi anni, in primis con l’aggiornamento delle linee guida di design per i servizi web della Pubblica Amministrazione e con la nascita della community Designers Italia, aperta anche a soggetti esterni alla PA.

[Consulta gli atti del convegno Servizi digitali per la cittadinanza: migliorare la qualità, promuovere l’utilizzo]

Indicazioni che stanno progressivamente trovando attuazione negli enti locali, dove però si assiste anche a nuove forme di accesso assistito alle tecnologie per le fasce più deboli della popolazione, in alcuni casi gestite direttamente dall’ente, in altri organizzate su base volontaria dalla stessa cittadinanza organizzata. Tali esperienze stanno contribuendo notevolmente ad evangelizzare i cittadini all’utilizzo dei servizi online dei Comuni, nella consapevolezza che per attuare una vera “cittadinanza digitale” non possiamo più permetterci di lasciare indietro nessuno.


[1] Le pubbliche amministrazioni dovrebbero evitare di chiedere ai cittadini e alle imprese informazioni già fornite. Nei casi in cui sia consentito, gli uffici della pubblica amministrazione dovrebbero adoperarsi per riutilizzare internamente tali informazioni, nel rispetto delle norme in materia di protezione dei dati, in modo che sui cittadini e sulle imprese non ricadano oneri aggiuntivi. Vedi il Piano d’azione dell’UE per l’eGovernment 2016-2020 della Commissione Europea.

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